COMUNE DI MONTESANO SALENTINO

Provincia di Lecce

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I Calvari nel Salento

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calvario 

IL FENOMENO DEI CALVARI NEL SALENTO

L'attenzione ai calvari, nel novero dei beni culturali riconosciuti, è acquisizione ancora lontana dalla realtà degli studi e degli interessi della ricerca scientifica diffusa in Italia.
Il fenomeno, pur esteso nell'orbe cristiano in aree e a latitudini differenti, mostra una particolare concentrazione nel Salento dove, nonostante le articolate tipologie architettoniche e l'accentuata caratterizzazione formale, manca una specifica letteratura. Ad eccezione di qualche citazione d'obbligo, corredata di notizie generali cronologiche o descrittive riportate in alcune monografie cittadine - queste ultime attardate ancora nel solco di una tradizione di ricerca municipale di impianto ottocentesco -, non esiste una specifica trattazione d'insieme sul fenomeno dei calvari.
calvarioLa ragione di questo scarso interesse va ricercata, probabilmente, nel fatto che questo tipo di bene culturale, come altri ritenuto marginale, rappresenta la testimonianza di una devozionalità legata ad un periodo storico, ad una visione religiosa e ad una fase dello sviluppo socio-urbanistico delle città ormai lontani nel tempo. Nella maggior parte dei casi, poi, si tratta di opere vicine alla sensibilità popolare (che in questi anni sta vivendo una fase di trasformazione forzosa dei comportamenti dovuta, anche, ai sistemi produttivi e all'organizzazione del lavoro attuali che obbligano a modificare abitudini consolidate da generazioni) e costituite da forme e materiali poveri che spesso sono oggetto di scarsa attenzione oppure sono state completamente trasformate e snaturate rispetto alle loro forme originane e non più riconoscibili nella loro valenza religiosa tradizionale. Da questo punto di vista i calvari sembrerebbero condannati all’oblio, destino che incombe perennemente su tutte le testimonianze artistiche minori e su quelle della cultura popolare in special modo.
L'aspetto dei calvari salentini che colpisce immediatamente l’osservatore è la cronologia, collocabile tra la seconda metà dell’ottocento e la prima metà del novecento.Quasi tutti quelli esistenti o dei quali si ha notizia risalgono a questo periodo;
un secolo entro il quale questi monumenti sembrano fiorire come frutti di una stagione predeterminata dalla natura dopo la quale si affievolisce la creatività e, in parte, l'interesse della gente. Pochissimi debordano da questo arco cronologico cosi nettamente definito; è più facile individuarne qualche epigono nei decenni a noi più vicini mentre riesce difficile, nei secoli precedenti, trovare qualche antefatto.calvario
Prendendo come campione significativo per il Salento l'attuale provincia di Lecce si nota che le tipologie dei calvari più diffuse, in rapporto alla planimetria, sono quelle a edicola, a esedra, a recinto, a tempietto, a portico. Rispetto al contesto urbanistico, poi, si presentano isolati o addossati (come pertinenze di chiese, spesso confraternali e in maggioranza dedicate alla Vergine, o di conventi, per lo più francescani).


calvarioRelativamente alla forma che assume la parete di fondo i calvari a edicola si possono suddividere tra quelli a edicola absidata (esempio: Botrugno, Casarano, Castiglione, Cutrofiano, Diso, Miggiano, Montesano, Montesardo, Ruffano, Tiggiano, Tricase, Vignacastrisi), a edicola poligonale (es.: Alessano, Andrano, Melissano, Presicce, Racale), edicola a frontone (es.: Corsano, Lucugnano, Specchia, Tutino). I calvari a esedra, poi, si articolano tra quelli a esedra curva (es.: Aradeo, Galatina, Giuliano, Lequile, Melpignano, Mei-ine, Parabita, Sannicola, San Pietro in Lama, Seclì), a esedra poligonale ( es.: Depressa, Giuliano, Giurdignano, Melendugno, Sanarica, Stematia. Tuglie, Zollino).
Altri sono a recinto ( es.: Corigliano, Guagnano, Maglie, Novoli, Salice, Serrano), a tempietto ( es. Spongano) e a pertico (es.: Ortelle, Soleto, Vitigliano). Si ha notizia di molti altri calvari scomparsi e, non raramente, della relativa documentazione d'archivio e fotografica, ad esempio: Scorrano che ne possedette ben tre successivi, Aradeo, Casarano, Gagliano del Capo, Merine, Miggiano, Poggiardo, San Donato. Surano, Vaste, ecc.
Come si può evincere da un elenco anche sommario, si tratta di un patrimonio culturale di non secondaria importanza che va recuperato non solo m quanto testimonianza artistica ma anche come pagina della storiografia salentina relativa alla pietà popolare e alla storia del costume religioso. Chi furono i committenti?
I devoti anzitutto. Generalmente un possidente donava il terreno e tutta la comunità concorreva a raccogliere i fondi per la costruzione e la decorazione dell'opera. A volte qualcuno assumeva l'onere complessivo dell'impresa e faceva incidere a chiare lettere il proprio nome sul fronte del calvario. In qualche caso committente poteva essere una confraternita se il manufatto sorgeva per iniziativa dei confratelli o nell'area di pertinenza di una chiesa confraternale. Ma vi erano casi di partecipazione diretta di sacerdoti, di parroci.
Ispiratrice costante era la gerarchia ecclesiastica locale sostenuta da quella diocesana. E questo sia per la scelta iconografica delle figurazioni dipinte o scolpite, per l'ortodossia della simbologia, e, soprattutto, perché trattandosi di luogo di culto occorreva Exequatur dell'ordinario.
Dietro ogni iniziativa c'era quasi sempre l'arciprete che seguiva la realizzazione dell'opera in tutte le sue fasi e spronava i fedeli devoti al compimento, alla cura e alla conservazione della stessa.
Poteva esserci anche qualche sporadico caso di iniziativa spontanea da parte di una famiglia più in vista del paese, particolarmente devota, che autonomamente realizzava un calvario sul proprio terreno (Aradeo), ma sempre col riconoscimento dell'autorità ecclesiastica e, a differenza degli oratori e cappelle private, finalizzato al culto pubblico per il beneficio spirituale di tutta la comunità cittadina locale.
Alla realizzazione delle opere contribuirono maestranze specializzate; soprattutto costruttori. Il ripetersi delle tipologie e delle forme in ambiti geografici piuttosto vicini all'intemo della provincia salentina fa pensare a maestranze interpellate da committenti i quali non di rado si rivolgevano a quei capomastri che erano stati visti all'opera nel paese vicino. Non di rado, però, si cercavano e/o ci si accontentava di maestranze compaesane -specialmente quando i fondi raccolti erano scarsi- perché si potevano praticare prezzi più bassi e si eseguiva l’opera con cifre irrisorie rispetto a quelle chieste da ditte forestiere. L'esiguità degli importi era sempre dovuta al fatto che le somme pagate erano comprensive del contributo volontario della ditta offerto come obolo degli stessi costruttori per l'opera realizzata dalla comunità.
calvarioE questo era, ed è ancora oggi, costume inveterato e diffuso nel Salento.
Per gli artisti, pittori, scultori e scalpellini, il problema era diverso. Costoro non sempre erano disponibili sul posto, anche se qualche decoratore più o meno dotato di nozioni o di pratica figurativa non mancava mai in qualunque centro, per piccolo che potesse essere. L'artista, per quanto mestierante, doveva saper riprodurre le scene neotestamentarie della passione di Cristo e, soprattutto, con la sua opera doveva essere in grado di suscitare quella pietà e quella commozione che i fedeli devoti si aspettavano da un soggetto iconografico così importante e così noto.
Se all'interno del gruppo committente era presente qualche maggiorente locale facoltoso o colto si preferiva tuttavia fare ricorso all'opera di un artista affermato che avrebbe potuto garantire un risultato di qualità di cui sarebbe andata orgogliosa tutta la comunità nei confronti di quelle viciniori. E' il caso, per esempio, del Bottazzi per Montesano. Quanto alle motivazioni storiche, religiose e culturali che stanno alla base della diffusione del fenomeno dei calvari nella Terra d'Otranto occorre tener conto che il Salento, fin dall'epoca della Riforma cattolica è stata terra di forte presenza degli Ordini regolari, specialmente di quelli sorti dopo il Concilio di Trento, i quali hanno inciso in maniera determinante sulla formazione della religiosità popolare sollecitata ed espressa in tutte le festività e nelle ricorrenze liturgiche. Non a caso qualcuno ha definito Lecce città-chiesa. Con la nascita del nuovo stato italiano con l'attuazione delle leggi di soppressione dei beni ecclesiastici e la forzata secolarizzazione di frati, preti e suore obbligati a rinunciare all'abito talare, per la prima volta viene messo in dubbio il concetto di societas christiana, riferito a tutto il popolo, che, specialmente nel mezzogiorno, era fortemente radicato e che colpisce negativamente l'immaginario religioso popolare.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Aprile 2012 09:17  

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