COMUNE DI MONTESANO SALENTINO

Provincia di Lecce

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Il Calvario

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il calvario 

IL CALVARIO DI MONTESANO SALENTINO

Ubicato lungo l'asse viario centrale che mette in comunicazione la chiesa matrice con l'antico santuario medievale di San Donato e che ha dato origine al centro abitato, il calvario di Montesano sorge come l'abside di un'ipotetica chiesa con la navata costituita dalla strada, i muri laterali dalle quinte stradali e la volta dall'azzurro del cielo. Committenti e ideatori ne furono l'arciprete don Isidoro Marra e Donato Bitonti del fu Gaetano, appartenente alla famiglia più facoltosa del paese con la partecipazione entusiasta dei concittadini, come si evince da un'iscrizione dipinta emersa mutila alla base del catino absidale durante i restauri, che ci informa che l'opera venne realizzata
“CON LA CARITA' DEI FEDELI". Per la costruzione ci si rivolse ad un capomastro ben noto di Montesano, Silvano Lecci che proveniva da un'antica famiglia di muratori i quali esercitavano il mestiere di costruttori da diverse generazioni fin dal settecento.
Non abbiamo notizie relative al progettista dell'opera; in merito non ci aiutano ne gli archivi ne la tradizione orale.
Il disegno del calvario si presenta molto equilibrato nei suoi elementi architettonici costitutivi di ordine dorico; sorge su un alto basamento modanato come un'ampia e profonda edicola absidata con le mostre laterali dilatate in larghezza, scandite da coppie di paraste lisce tra le quali sono ricavate le due nicchie a incasso che ospitano i dipinti dei due ladroni; attraversate dalla trabeazione, le mostre si interrompono all'altezza delle reni della semicalotta con un coronamento a cornice orizzontale su cui svettano due pinnacoli affiancati da coppie di vasi a calice in terracotta. L'abside e il catino, ad eccezione della trabeazione, della ghiera dell'arco e della croce cuspidale, eretta su un ovale decorato a volute che reca la datazione dell'opera (A.D./1870), sono privi di altre membrature a sporto negli intradossi; tale semplificazione architettonica è stata scelta per consentire al pittore la stesura a colore delle partiture e delle scene dipinte.


L'estradosso della volta del catino absidale è protetto da un manto di copertura di terracotta invetriata applicata a squame tricrome provenienti quasi certamente, insieme con i vasi a calice, da una bottega di cotimari della vicina Lucugnano. All'interno della muratura d'ambito del calvario si trova una piccola scala realizzata per poter raggiungere le coperture e facilitarne la manutenzione.
La zona antistante è protetta da una recinzione a balaustra sormontata da sei pinnacoli a guglia sfaccettata e base poligonale conclusi a sfera ai quali si innesta un'inferriata con motivo a lancia, tipico di quasi tutti i calvari di Terra d'Otranto. I materiali costitutivi della struttura architettonica risultano quelli tipici dell'area dell'antica contea alessanese: per le murature in elevato il carparo delle cave della zona, per gli elementi scolpiti e scorniciati e l'intera balaustra la pietra leccese proveniente dalle cave del bacino di Maglie - Cursi. La configurazione a edicola absidata del calvario di Montesano si ispira ad una delle opere più note della storia dell'architettura: l'esedra del Belvedere di Bramante modificata dal Ligorio e da Michelangelo.
Come si vede si tratta di un monumento simbolo della grande stagione del cinquecento italiano che viene riproposto, nell'alveo delle tendenza all'eclettismo della cultura tardo ottocentesca in chiave esclusivamente religiosa all’interro di un gusto neo rinascimentale che all’indomani dell'Unità d'Italia individuava nella grande stagione artistica, caratterizzata dalla presenza dei massimi geni dell'arte italiana, uno dei più forti elementi di coesione nazionale. Questa scelta incontrerà molta fortuna nei calvari realizzati successivamente (Tricase, Alessano, Presicce, Casarano, Melissano, Racale, Castiglione, Andranno, Botrugno, Diso, Ruffano, ecc.) perché la tipologia adottata si rivelerà adatta sia sul piano culturale sia su quello strettamente funzionale. E ad accentuare la fortuna della citazione colta di questa tipologia ci saranno i calvari ad esedra absidata ma privi di catino absidale (Giuliano, Galatina, Melpignano, Merine, Tuglie, San Pietro in Lama, Giurdignano, Melendugno, Sanarica, Sternatia, Zollino, ecc.).
Per i dipinti l'artista incaricato delle decorazioni murali fu Giuseppe Bottazzi (1821 - 1890) di Diso. La sua era una bottega molto nota in quel 1873 quando gli venne commissionata l'opera. Egli che aveva iniziato la sua formazione in patria presso il concittadino Francesco Saverio Russo si era recato a Napoli, nell'antica capitale del Regno borbonico, per studiare all'accademia di belle arti dove fu allievo del Guerra, dell'Uliva e del Maldarelli. Per due anni dipinse a fresco la volta della chiesa dei padri Gerolamini a Napoli finché nel 1849 se ne tornò a Diso dove aprì una scuola di disegno e pittura molto frequentata. Tra i suoi allievi più noti vi furono: Paolo Emilio Stasi di Spongano, Giuseppe Mangionello e Nino Palma di Maglie, Vincenzo Valente di Specchia, Roberto Palamà di Sogliano, Alessandro Bortone di Diso, Emilio Iannuzzi ed altri. Per la sua capacità tecnica nei dipinti murali ben presto gli vennero commissionati molte opere all'aperto, soprattutto calvari; tra quelli finora certi: Ortelle, Specchia Preti, Montesano Salentino e Morciano di Leuca tutti eseguiti con la tecnica del mezzo fresco che gli permetteva di ridurre di molto i tempi di esecuzione delle opere. A Montesano, come negli altri calvari, illustrò le immagini della Passione di Gesù Cristo. Volendo realizzare dei soggetti figurativi di chiara e semplice comunicabilità, raffigurò i cinque Misteri Dolorosi del Rosario secondo lo schema delle Litanie Lauretane (il rosario di quindici poste come era conosciuto dai fedeli). Le cinque scene, mosse sul piano compositivo, furono collocate su un unico registro visivo per catturare direttamente l'attenzione dell'osservatore e coinvolgerlo nel dramma del racconto secondo i più consolidati canoni: visivi del teatro religioso. Al centro domina la Crocifissione con la Vergine, San Giovanni e la Maddalena, i quali fungono da punto d'incontro delle altre quattro edicole laterali che stemperano la loro energia compositiva nel gruppo, chiuso come in un cerchio, dei dolenti posti ai piedi della Croce. Le immagini realizzate (Preghiera nell'orto cicali ulivi, Flagellazione, Andata al Calvario, Coronazione di spine) riprendono soggetti ben noti e ricorrenti della letteratura iconografica della passione anche se il cattivo stato di conservazione non ci permette con sufficiente certezza di individuarne la provenienza culturale. Ma qui ciò che interessava l'artista era riprodurre delle immagini finalizzate ad una immediata comunicazione del racconto evangelico; tali da poter raggiungere gli stessi effetti emotivi che i fedeli provavano durante la settimana santa alla lettura del Passio Uomini Nostri Jesus Chrsti o delle liturgie penitenziali. In fondo si trattava di una sacra rappresentazione vera e propria. La scenografia in chiave drammaturgica era rafforzata e sottolineata dalla presenza dei due Ladroni posti ai lati, dalla Pietà (del Compianto su Cristo Morto da parte della Vergine Desolata e dei Dolenti), dal cielo nuvoloso irradiato dalla luce di Dio, dalla Luna e dal Sole che completano l'immagine del racconto evangelico. Insomma ci troviamo di fronte ad una composizioneche si sostanzia di realismo e simbolismo, quale si addice ad un tema iconografico sentito e venerato e che ogni anno doveva avere tutta la forza e l'intensità emozionale che i fedeli e i devoti si aspettavano.

Bibliografia:
-ARDITI Giacomo, La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto, Stab. Tip. Scipione Ammirato, Lecce 1879-85, p. 367;
-DE GIORGI Cosimo, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Spacciante, Lecce 1888, vol.II, p.90;
-DAQUINO Cesare, Morciano di Leuca, Capone editore, Cavallino 1987.

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Aprile 2012 09:10  

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